18 febbraio 2020

 L’Italian Blues Radio Festival è un format ideato e condotto da Dario Aspesani, alla regia Andrea Vergari in onda sull’emittente radiofonica Radio FM Faleria nelle Marche.

Il Festival alla sua prima edizione si svolgerà in quattro serate con band live in studio ed altre in collegamento telefonico. Non mancheranno “addetti ai lavori” del settore Blues Italiano e nuovi artisti di “tendenza”. Il format è realizzato in collaborazione oltre che con la stessa Radio Faleria Mare di Porto Sant’Elpidio (FM), con Blanko Agency che si occuperà della comunicazione, grafiche video per la diretta e ufficio stampa, il gruppo social Spaghetti & Blues, il gruppo social The Blues Highway Italia, il worldland World Music Festival e la trasmissione radiofonica Blues on Air Radio Show.

Per la prima serata in programmazione Martedì 18 Febbraio 2020 alle ore 22,00 saranno ospiti: in studio Hurricane Lenny & his band ed in collegamento telefonico il cantautore Folk /Blues Romano Valerio Billeri oltre al cantautore e scrittore “in Blues” Roberto Menabò dall’Emilia Romagna.

La seconda serata sarà in programma per il giorno 04 Marzo 2020 sempre alle 22,00. Ospiti in studio Joe Galullo Blues Band, in collegamento telefonico i Black Days dalla Liguria e Robert James Blues Band dalla Campania (The Blues Highway).

La terza serata in programma per Martedì  10 Marzo, ospiti in studio I Gunter Hotel (Dario Aspesani – Lara Giancarli) e Maurizio Beni. In collegamento da Roma Micky Guns e dalla Toscana My God in Blues.

La quarta ed ultima serata sarà in programma il 17 Marzo con Max Luciani in studio ed in collegamento Michele Lotta (spaghetti & Blues) dalla Sicilia e i Black Shout dal Piemonte.

Le dirette saranno disponibili in versione radiofonica e televisiva tramite le seguenti piattaforme digitali: www.radiofm.net (audio e video), canale Twitch di Radio Fm Faleria (audio e video), canale youtube di Radio Fm Faleria (audio e video), app per android e IOS Radio Fm Faleria (audio e video), 104,5 mhz per la regione Marche (solo audio).

Cercheremo di unire l’Italia del Blues, questo è il motto del direttore Artistico dell’Italian Blues Radio Festival Dario Aspesani.

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4 febbraio 2020

 ...E dopo tanti sacrifici, in attesa del mio Festival di world Music "Worldland" in Giugno, ecco servito l' Italian Blues Radio Festival!

I concerti ci saranno eccome! Chiaramente in radio ed in diretta sia Radiofonica che TV!!! Tutte le info in locandina! Stay Tuned!

 

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8 febbraio 2019

 In questi giorni sul mio canale ho postato due session dedicate alla musica meditativa, una con il celebre Bagno di Gond e una inerente la Shruti Box di cui abbiamo parlato già in un altro articolo presente in questo blog.

Nel bagno di Gong ho spinto lo strumento al "limite" utilizzando anche alcune sonorità sconosciute ai più, suonando anche il cerchio, creando così, frequenze aggiunte particolari e, nella parte centrale, ho percosso a mano nuda lo strumento aggiungendo uno strofinio a palmo pieno inserendo altre sonorità ancora.

Clicca QUI per ascoltare il Bagno di Gong direttamente dal canale.

 

 

Potrete inoltre ascoltare la session di Shruti Box cliccando QUI

Categorie: Strumenti musicali
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13 maggio 2018

 Oggi posto un articolo di un mio caro amico:Gianpaolo Papa.

Mi va di scrivere la mia su Dylan Dog e lo faccio. Ho quasi 45 anni e il primo DYD che ho letto fu portato da un compagno di liceo durante la gita di classe del 1989. Ricordo che leggendo quel plagio spudorato di Nightmare che era "Quando la citta' dorme" (tra l'altro con i disegni orribili di Montanari e Grassani) mi innamorai subito!

Ovvio, anche se ero sedicenne e non piu' in eta' puberale, eravamo ancora negli anni '80, e se vivevi in provincia e non leggevi altri fumetti o libri del genere (i miei primi libri horror li ho letti 3 anni dopo all'universita') finivi col credere che Dylan fosse un fumetto innovativo e geniale. Ci rimasi sotto per anni, anche quando ormai avevo letto fumetti d'autore o tutta l'opera di Lovecraft o visto film horror e splatter che mi facevano un po' storcere il naso per le "stupide citazioni" che trovavo nell'albo in edicola.
 
Pero' avevo ed ho tutt'ora chiaro cosa era un fumetto pop seriale. Percio' la cosa non mi dava proprio fastidio, anzi, spesso negli speciali o negli "almanacchi" trovavo spunti per nuove letture che difficilmente avrei trovato in giro, visto che eravamo in un epoca pre-internet e gli editoriali con i nomi delle opere citate erano oro. 
  
I fumetti Bonelli sono pop e quindi non potevano essere troppo alternativi neanche allora. Pochi anni dopo, se volevi l'alternativo, negli anni '90, si trovavano gia', per fortuna, tante altre testate e tutte che dovevano ringraziare DYD per aver sdoganato l'horror alle masse. Ma di sicuro Dylan Dog non divenne famoso per essere stato il primo fumetto italiano e popolare a parlare di temi forti e horror. Chi ha avuto la fortuna di aver letto le opere di Magnus degli anni '70 (quel capolavoro porno-splatter di Necron era mille volte piu' esagerato ed era stato sceneggiato pure da una donna, ma era un'altra epoca, realmente innovativa) sa a cosa mi riferisco. Inoltre prima di DYD c'era gia' un'altra testata italiana con temi simili. Si chiamava Diabolik (Astorina edizioni) ed era una cagata spaventosa. 
Non mi pento di dirlo con parole forti: Diabolik faceva cagare l'anima, talmente era disegnato a cazzo e scritto col culo.
(scusate i francesismi, ma ho usato termini da appassionato di fumetti).
 
Io credo che DYD divenne famoso perche' i ragazzi degli anni '80 e primi '90 volevano gia' qualcosa di piu' da un fumetto.
E Sclavi glielo dava.
  
Dava loro sceneggiature e dialoghi molto piu' alti della media, e si contornava dei migliori disegnatori italiani (perche' e' inutile negare che i migliori sono passati tutti per la Bonelli. Le altre case editrici italiane avevano disegnatori squallidi, e mi riferisco alla EURA, alla Star comics, o alla citata Astorina). Succedeva spesso che alcuni autori e disegnatori di altre testate pop non proprio famose che venivano riconosciuti per i loro meriti passavano alla Bonelli.
Penso a "Hammer" di Olivares e Vietti per esempio, che per quanto sfortunata come serie, ma bellissima, contribui' a far conoscere gli autori e farli passare a chi li avrebbe saputi elevare, ovvero la Sergio Bonelli Editore.
  
Comunque, tornando ai disegnatori di Dyd dei primi tempi, bisogna ricordarci che tutti noi SBAVAVAMO quando usciva un albo disegnato da Roi, o da Piccatto o da Stano. E questo perche' ne capivamo il livello qualitativo incomparabile con la media degli altri. Non era quindi solo una questione di eta' dei lettori, di segno dei tempi o di ignoranza nei confronti delle opere "citate".
No. Vi era arte.
  
Nessuno ricorda la sequenza di 8 pagine senza dialoghi o nuvolette disegnate da Roi e sceneggiate magistralmente da Sclavi nel primo speciale "Il club dell'Orrore" (vado a braccio, ma credo che la sequenza sia proprio li', ma sono passati 30 anni)?
  
Ecco, noi vivevamo per queste tavole. Per la sensazione di incubo e il mal di testa che ci procurava "uscire" da un Dylan Dog.
Quindi il fatto che divenne molto popolare tra gli adolescenti lo trovo normalissimo.
Ci "sballava".
  
Tutto questo con i primi 50-60 numeri circa. Poi Sclavi ebbe la famosa crisi e gli altri sceneggiatori (a parte Chiaverotti, forse) non riuscirono a risollevare la serie.
Io smisi di leggerlo col numero 156, dopo che per circa 4 anni era diventato era la parodia di se stesso.
Che fossi cresciuto pure io? Certamente, ma allora perche' con altri fumetti Bonelli ho continuato anche dopo?
Nathan Never fino a 6 anni fa, giusto per fare un per esempio. 
 
Non credo quindi che fosse una questione di eta'. Piuttosto era una questione di diversa qualita'.
Qualita' durata con i primi 50 numeri e poi esauritasi.
 
Non venite a parlarmi di Johnny Freak o di boiate sentimentali (anche se ci ho versato una lacrimuccia) come "Il lungo Addio". Quello non era piu' Dylan Dog. Era altro. A volte pregevole, a volte no. Politicizzato, smielato, animalaro, e buonista.
 
Questo era diventato -soltanto- nel giro di soli 5-6 anni. E resistevano solo le storie sui dylandogoni o sugli speciali ad portare novita' un po' fuori dagli schemi. Ma era gia' cambiato tutto, o meglio, si erano presi elementi da sempre presenti in DYD e elevati a tematiche uniche.
In fondo gia' nel numero 8 "il ritorno del mostro" era presente lo schierarsi dalla parte dei diversi, che poi sfociera' nella favola smielata di Johnny Freak.
 
Dylan Dog, come personaggio, era didascalico anche in origine. E risultava fin dal primo numero antipatico. Ai maschi, soltanto, perche' le femmine che lo leggevano (ed erano poche), purtroppo subivano il fascino di Rupert Everett e non consideravano gli aspetti stilistici e artistici. Parlo di "maschi" e "femmine" perche' mi riferisco agli adolescenti dell'epoca. Che quindi sia diventato antipatico nel tempo, come qualcuno sostiene e' falso. 
 
Per quanto riguarda il citazionismo o il plagio. C'e' una bella differenza. Nei primi numeri trovavi esempi di citazionismo perfetti come in "Attraverso lo specchio" (n. 10) che mischiava molti libri e film: l'omonimo libro di Carrol, La maschera della Morte Rossa di Poe e Il Settimo Sigillo di Bergman, solo per trovarne alcuni.
O in "Cagliostro" (n.18) o in "Memorie dall'Invisibile" (n.19).
 
E questo secondo me arricchiva il fumetto. Perche' in molti casi le citazioni erano da scoprire o non immediatamente chiare. E le storie mischiavano il tutto e creavano trame nuove e stupefacenti. Mi chiedo: che c'e' di male se si prendono elementi da capolavori del passato e li si mischiano? Lo hanno fatto tutti gli scrittori piu' nobili, figuriamoci se non potesse farlo Sclavi nelle sceneggiature di un fumetto pop.
 
Il problema venne quando la stragrande maggioranza di storie inizio' ad essere presa pari pari da un'unica fonte o vi si riconoscevano elementi di altri autori plagiati senza ritegno. Ma succedeva anche in principio, con numeri come il n.9, "Alfa e Omega", spudoratamente copiato da 2001 Odissea nello Spazio. Solo che in questi casi, agli inizi, si passava la palla al disegnatore. E se era uno del calibro di Corrado Roi potevi anche scordarti di leggere una storia scopiazzata, perche' il risultato era puro orrore su carta. I suoi inchiostri graffiati via con il rasoio o spruzzati, e le sue prospettive distorte o sferiche ti davano proprio un bel mal di testa che ti tenevi per qualche ora dopo lo stordimento avuto leggendo l'albo.
 
Ultimo argomento: la serialita' infinita e la tipica critica fatta dai lettori di supereroi americani, ovvero quella di non avere una continuity o di essere troppo ripetitivo: bene, e' un problema comune a tutti i fumetti con storie autoconclusive e con protagonista immortale. Mi pare che parecchi supereroi Marvel e DC ci campino di questa stronzata da 60 anni ormai, quindi i loro fan non sono proprio i migliori critici su questo punto. Se anche si dira' che DYD manca proprio di rebooting (a morte il rebooting!) o di colpi di scena e introduzione di nuovi archetipi e tematiche dico che hanno ragione. Su questo si e' mossa la mia prima critica al fumetto quando decisi di smettere di acquistarlo. Ma secondo me il male in se' sono proprio le storie infinite. Anche gli stessi supereroi se fossero stati miniserie con un paio di trame al massimo avrebbero avuto molto piu' spessore.
 
Ma questa e' una decisione presa dall'editore per fare cassa. Gli autori lo sanno. I lettori pure.
Ognuno e' consapevole di cosa stia scrivendo o leggendo. 
Non si deve aggiungere altro.
 
Al piu' si poteva fare come in Nathan Never, ovvero cercare un rinnovo continuo delle storie e tematiche.
Funzionava in NN, non vedo perche' non avrebbe dovuto funzionare in DYD.
 
Ah, gia', perche' DYD vendeva 1 milione di copie al mese quando aveva gia' bisogno di restyling. Ma quale editore si sarebbe preso il rischio di cambiarlo proprio quando era all'apice del successo?
Ed ecco che poi il declino fu inevitabile.
Categorie: Letteratura
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10 maggio 2018

 

 

 

 

Il sitar è uno strumento musicale a corde dell'India settentrionale; è lo strumento della musica classica indiana più conosciuto in Occidente. Si pensa che sia stato importato in India dalla Persia. Il termine sitar deriva probabilmente dal termine persiano seh-tar, che letteralmente significa tre corde ed in effetti esiste uno strumento iraniano chiamato setar che presenta caratteristiche simili; entrambi derivano da una evoluzione della citara a sua volta derivante dalla lira, termine di origine persiana: " al'Å«d (legno) e tar (corda).

Le corde sono generalmente sette superiori più undici inferiori: tre vengono utilizzate per eseguire la melodia, le altre per fornire un accompagnamento ritmico e di bordone. Tale accompagnamento è dovuto alla risonanza simpatica. La risonanza simpatica è un fenomeno fisico dove un suono emesso da qualsiasi fonte sonora, mette in movimento delle corde tese. Nella cultura dell'India queste corde vengono chiamate Corde degli Dei. La cassa armonica del sitar è fatta con una zucca tagliata a metà, a cui viene aggiunto un sottile strato di legno che fa da coperchio.

In alcuni casi troviamo anche una doppia cassa armonica  (c.d. Double Tumba posta vicino al ponte in alto) Vedi foto sotto.

Nel passato sono fabbricati diversi tipi di Sitar come il BIN Sitar ovvero un legno che funge da corpo dello strumento con due casse armoniche. Anzichè 18 corde ne ha 15 (foto sotto).

Da secoli, il sitar subisce un mare di trasformazioni ed è migliorato molto nel tempo.

La leggenda sulla sua origine si deve al Capitano Willard (Imano di Karam). Willard menziona Ameer Khusarau come inventore del sitar, ma recenti studi hanno quasi certamente smentito tale possibilità.

Accordatura del Sitar

Denominazione delle note:

Do = Sa, Re = Re, Mi = Ga, Fa = Ma, Sol = Pa, La = Dha, Si= Ni

Accordatura tradizionale

Corde fondamentali

Do# - Re# - Fa - Fa# - Sol# - La# - Do - Do#

Corde simpatiche

Do - Si - Do - Re - Mi - Fa* - Sol - La - Si - Do - Re - Mi - Fa*

 

Categorie: Strumenti musicali
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icon date 20:10:33 | icon author Dario Aspesani
19 aprile 2018

Oggi parliamo di musica Egiziana antica.

Nella parte settentrionale dell'Africa fino ad arrivare alla Mesopotamia, gli strumenti musicali utilizzati erano molto simili.

Quella che poi conosceremo come "lira" greca in realtà nacque molti anni prima in Africa (ancora oggi troviamo dei manufatti molto particolari a 4 o più corde con una piccola cassa di risonanza in Eritrea, Senegal, Sudan ed altri paesi centro e nord africani). Nell'antico Egitto tale strumento (come possiamo evincere da svariate raffigurazioni) era presente in diversi formati. Più tardi arriverà in Grecia e da li diventerà lo strumento dei cantori e dei poeti. 

Altri cordofoni diffusi già dall'epoca dei sumeri a due o tre corde arrivarono anche in Egitto già dal 3000 a.c. Tali cordofoni utilizzavano corde di budello ed avevano un manico con annessa tastiera. Se andiamo ad analizzare l'Oud (strumento di origine persiana e tutt'oggi molto usato nella musica Araba), notiamo oltre ad una cassa armonica molto pronunciata (nei liuti dell'antica Mesopotamia le casse armoniche erano molto più piccole), una tastiera priva chiaramente, dei tasti che troveremo nelle chitarre, ma solo dal periodo barocco in poi. 

Per quello che riguarda gli strumenti aerofoni, troviamo delle corrispondenze tra alcune canne suonate congiuntamente e la Sas Launeddas Sarda (uno degli strumenti tradizionali più antichi d'Europa).

.

  Anche tra gli antichi romani era noto uno strumento formato da due canne, probabilmente importato proprio dall'Egitto a seguito della colonizzazione.

Per gli strumenti a percussione, invece, la tecnica di costruzione è stata pressochè identica in ogni popolo dell'antichità. Eccezione fatta, per le pelli (in sud e nord America le pelli venivano meno trattate e addirittura mantenevano il pelo dell'animale, vedi ad esempio i tamburi dei nativi americani del nord America o del Messico), in Africa la pelle veniva nella maggior parte dei casi trattata e pulita.

Le tecniche di utilizzo ritmico erano però, completamente diverse. 

Trattando di strumenti etnici antichi, non dimentichiamo che la stragrande maggioranza di questa musica, era da considerarsi atonica, ovvero senza una vera e propria scala di riferimento. 

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